Il futuro del sistema calcio italiano: aprirsi a nuovi imprenditori stranieri e riformulare la Legge Melandri (diritti tv)

Focus, 9 Luglio 2019 da Sporteconomy.it

 

 

La crescita dei ricavi del calcio tricolore (per la prima volta a quota 3,5 miliardi di euro) è strettamente collegata alla esplosione degli introiti da stadio (+22,4%) e a quelli da sponsorizzazioni e attività commerciali (+9,5%). Parallelamente, però, è cresciuto l’indebitamento, passato da 4,0 a 4,27 miliardi di euro.

Per crescere ulteriormente servirà una spinta riformatrice all’interno del sistema calcio, congiuntamente ad una revisione “ragionata” del modello di distribuzione dei ricavi da diritti audiovisivi. 

La legge Melandri (decreto legislativo 9 gennaio 2008, n. 9), poi modificata durante il Governo Renzi, dall’ex ministro dello Sport, Luca Lotti, di fatto ha previsto il 50% dei diritti uguali per tutti, mentre la parte restante ora è divisa in funzione di audience e risultati. Nello specifico una quota del 30% sulla base dei risultati sportivi conseguiti; mentre il restante 20% è in funzione del radicamento sociale (12% in base agli spettatori allo stadio, 8% collegato all’audience tv).

Ci si può muovere verso una maggiore equità (anche nel rapporto con Lega B e Serie C, al momento penalizzate rispetto al tema della “mutualità” nella distribuzione dei ricavi televisiva), ma sarà altrettanto importante migliorare la qualità delle società. 

In Inghilterra su 20 squadre solo cinque sono di proprietà di imprenditori inglesi. 

L’Italia, più di altri mercati europei, ha bisogno di attrarre investitori internazionali (l’ultimo è stato il magnate delle tlc, l’italo-americano Rocco Commisso, sbarcato quest’ estate a Firenze). Risorse fresche per rivitalizzare un intero mercato. 

Venti anni fa i ricavi del calcio arrivavano solo dai biglietti, poi sono esplose le sponsorizzazioni (il gruppo Infront, per esempi,o è l’advisor commerciale di oltre 12 club tra Serie A e B). Oggi oltre il 65% dei introiti deriva dai diritti tv. La Serie A è distribuita in 200 Paesi nel mondo, ma il valore di questa distribuzione è molto lontana dai valori della Premier League, vero benchmark (modello di riferimento) su scala continentale. 

 

Sempre secondo il report FIGC-Arel, considerando gli assetti proprietari del calcio professionistico, nel 31% dei casi si tratta di “persone fisiche”, nel 57% di società italiane e nel 12% di soggetti stranieri. Negli ultimi 7 anni i proprietari dei club, poi, hanno operato interventi di ricapitalizzazione del valore complessivo di 2,4 miliardi di euro.

 

Il confronto con il mercato internazionale

 

Sarà sempre più importante confrontare il sistema italiano con le principali serie calcistiche internazionali. Il football europeo, a livello aggregato, rappresenta un settore economico in crescita: i ricavi aggregati delle 54 “top division” sono passati dai 2,8 miliardi del 1996 ai 20,1 del 2017, e, solo negli ultimi 12 anni, il fatturato è aumentato in media ogni anno del 7,5%, mentre nel medesimo periodo il PIL (Prodotto interno lordo) pro capite dell’Unione Europea è cresciuto nella misura del 2,5%. 

Le 5 principali Top League, in termini di ricavi medi per società, sono la Premier League inglese (267 milioni di euro) e la Bundesliga tedesca (155,5); seguono La Liga spagnola (144,5), la Serie A italiana (108,1) e la Ligue1 francese (81,9). 

Il mercato tricolore sta diventando sempre più il “fanalino di coda” dell’Europa in diverse classifiche di settore (diritti tv, accordi di sponsorizzazione, merchandising, ticketing, ecc.). Ecco perchè diventerà fondamentale attrarre nuovi investitori stranieri capaci di drenare risorse economiche strategiche per il rilancio dei nostri club professionistici. 

 

*di Marcel Vulpis direttore agenzia Sporteconomy.it

2019-09-24T12:11:33+00:00 settembre 24th, 2019|Assi Manager, Rassegna Stampa|